Psicoterapia cognitiva

Gli schemi cognitivi disfunzionali

Gli schemi disfunzionali su se stessi e sulle relazioni interpersonali

Il presente contributo si inserisce nella cornice teorica del modello cognitivo, il quale, fondandosi sull’assunto secondo cui la reazione emotiva e comportamentale di una persona è determinata dai processi di interpretazione soggettiva della realtà, dunque dal modo in cui il soggetto percepisce se stesso e gli eventi esterni, pone in luce la rilevanza del sistema di convinzioni della persona, ovvero degli schemi cognitivi disfunzionali sottostanti le valutazioni distorte della realtà e le reazioni emotive e comportamentali problematiche, sulla cui base possono strutturarsi e mantenersi specifiche forme di sofferenza psicologica.
Gli schemi cognitivi disfunzionali, ovvero le convinzioni più profonde e spesso inconsapevoli da cui le interpretazioni erronee della realtà discendono, agiscono come dei ‘filtri’ attraverso cui la persona tende a valutare se stessa, la propria vita, le relazioni interpersonali.
In tal senso, gli schemi cognitivi, la cui origine spesso affonda le sue radici nel passato, influenzano la percezione delle situazioni nel presente.
Da cosa si originano gli schemi le convinzioni profonde negative?
Spesso queste idee si sviluppano a partire da esperienze significative o da relazioni interpersonali conflittuali e generative di sofferenza emotiva, le quali si imprimono, a volte inconsapevolmente, nella mente della persona, restando presenti e immodificate nonostante il trascorrere del tempo.
A volte alla base di ciò si rilevano esperienze negative intensamente dolorose, in altri casi emergono interpretazioni soggettive reiterate  che possono provocare lo stesso impatto emotivo di un evento realmente accaduto.

Gli schemi guidano le percezioni e le valutazioni che la persona costruisce rispetto a se stessa, influenzando l’autostima.
Ad esempio, a partire dal vissuto di disagio provato nel trovarsi ad affrontare determinate situazioni nuove o complesse, la persona può pervenire alla conclusione di essere ‘incapace di fronteggiare i problemi’, convalidando in tal modo antiche convinzioni relative a se stessa, anziché cercare spiegazioni più realistiche, quali ad esempio, considerare che determinate situazioni necessitano di tempo e tentativi per essere gestite adeguatamente anche in una persona pienamente capace di superare le difficoltà.

In altri casi, gli schemi relazionali sviluppati attraverso l’interazione con le principali figure di accudimento o con “altri significativi” della sua vita (ad esempio, genitori, partner, amici, etc.) influenzano le relazioni successive, le scelte, le aspettative, le interpretazioni e le modalità di reazione della persona.

In riferimento a ciò assume rilevanza evidenziare il concetto di Modelli Operativi Interni (MOI) elaborato da J. Bowlby nell’ambito della Teoria dell’Attaccamento, il quale sottolinea l’importanza dei Modelli Operativi di sé e delle figure di accudimento, ovvero modelli di sé-con-l’altro (Liotti, 2001) nell’instaurarsi di modalità relazionali problematiche da parte dell’individuo.
Modelli Operativi Interni sono costituiti da rappresentazioni mentali consolidate che assumono la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi nel presente, conducendo la persona a determinate previsioni e aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale.

“Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare, e di come ci si può aspettare che reagiscano. Analogamente, nel modello operativo del Sé che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento. Sulla struttura di questi modelli complementari l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto. E […] dalla struttura di quei modelli dipendono inoltre la sua fiducia che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano: di quando in quando, spesso, oppure nella maggior parte dei casi.”(J. Bowlby, 1973)

Sulla base di determinate convinzioni e aspettative precostituite su se stessa o sugli altri (schemi di Sé e schemi relazionali), ovvero sulla base di determinati ‘occhiali attraverso cui guardare la realtà’, la persona può manifestare la tendenza a percepire le situazioni incontrate nel presente sempre secondo la stessa prospettiva, adottando le medesime spiegazioni relativamente a sé ed agli altri, e mettendo in atto le medesime reazioni emotive e comportamentali.
In tale contesto è possibile per la persona scivolare in varie forme di difficoltà relazionali, o in un disturbo emotivo quale Disturbi d’Ansia o dell’Umore, i cui sintomi (es. mancanza di energia nell’affrontare la realtà esterna, caratteristica nel Disturbo Depressivo) possono successivamente generare l’effetto pragmatico di confermare e consolidare sempre di più le sue convinzioni negative e la sfiducia nelle proprie risorse.

A fronte di quanto esposto, pertanto, si rileva come al mantenimento degli schemi cognitivi disadattivi contribuiscono i processi di interpretazione erronea della realtà che la persona continua involontariamente a mettere in atto nel presente, i quali  possono condurre allo sviluppo di un circolo vizioso che mantiene la sofferenza nel tempo, in quanto esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti nel presente, e tra interpretazioni attuali e convinzioni profonde.
Assume evidenza, infatti, come alcune quotidiane interpretazioni erronee della realtà (ad esempio il focalizzarsi selettivamente su elementi che confermano la propria convinzione negativa, non riuscendo a ‘visualizzare’ o ad attribuire la giusta importanza ai dati che dimostrano il contrario) e determinate regole irrealistiche e disfunzionali applicate a se stessi oppure agli altri (quali gli standard eccessivi e rigidi presenti nel Perfezionismo clinico), rendono difficile per la persona rivalutare criticamente le credenze negative consolidate, e superare determinate valutazioni negativa di Sé (‘bassa autostima‘) o modalità disfunzionali di relazione interpersonale (ad esempio restando intrappolati in relazioni manipolative distruttive).
In questo modo si perviene al mantenimento di quelle convinzioni negative, di quelle modalità di reazione disfunzionali antiche, sebbene esse siano generative di intensa sofferenza emotiva.

AUTORE: Dott.ssa Mariangela Gaudio – Psicologa Psicoterapeuta
sedi: Mirano (Venezia) – Padova

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